giovedì 17 ottobre 2013

Mari del sud: Sergio Endrigo



Mari di poesia: Sergio Endrigo
di William Molducci

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Mari del Sud è il disco del 1982 di Sergio Endrigo, conosciuto dai collezionisti per la copertina disegnata da Hugo Pratt, in cui appare Corto Maltese, il marinaio che alla ricchezza preferisce libertà e fantasia; un moderno Ulisse capace di fare viaggiare il lettore nei luoghi più affascinanti del mondo.
La recensione di questo album è un'occasione per intraprendere un'esplorazione nel mondo di Endrigo, un pellegrinaggio che porta inevitabilmente molto lontano, dato lo spessore e la notorietà del personaggio. Il viaggio inizia dall'Italia per approdare in Istria, sua terra natale, per giungere sino al Brasile, terra di poeti e samba.
Spesso la curiosità ci spinge a conoscere libri, film o dischi poco conosciuti o addirittura dimenticati, qualche volta si ha la fortuna di scoprire opere belle e inaspettate, come nel caso di questo lavoro del cantautore istriano. Il disco in questione non ha riscosso un grande successo di vendite, soprattutto perché fu poco pubblicizzato dalla Fonit Cetra, la sua casa discografica, ma grazie anche al contributo artistico di Hugo Pratt, non è stato dimenticato.



Mari del Sud non ha bisogno di sponsor, si promuove da solo grazie alle musiche composte da Endrigo e agli ottimi testi scritti dalla moglie Maria Giulia Bartolocci (conosciuta anche con lo pseudonimo di Plumrose) e da Sergio Bardotti, alcune volte anche a quattro mani.
Le registrazioni dell'album terminarono alla mezzanotte di domenica 11 luglio 1982, nello stesso giorno in cui la Nazionale di calcio guidata da Enzo Bearzot, vinse il campionato del mondo in Spagna.
Mari del Sud si distingue dal disco precedente (… e noi amiamoci), per la scelta di affidare gli arrangiamenti a Fio Zanotti, il quale in quel periodo stava collaborando con artisti quali Loredana Bertè, Ornella Vanoni e Milva e che in seguito lavorerà con Adriano Celentano, Zucchero, Claudio Baglioni, Francesco De Gregori e Renato Zero. In parole povere, con il gotha della musica leggera italiana. L'apporto creativo di Zanotti migliora l'utilizzo della ritmica negli arrangiamenti, creando un sound in linea con le tendenze di quegli anni.
Due dei testi di Mari del Sud, portano la firma di Sergio Bardotti: Si comincia a cantare e I barbari. La collaborazione tra Bardotti ed Endrigo è di lunga data, suoi i primi testi nell'album del 1963, che porta lo stesso nome del cantautore istriano, da cui fu tratto il singolo Era d'estate.

Inizia il viaggio

Nel 2002, in occasione della pubblicazione del CD prodotto dal Club Tenco, in cui si rese omaggio a Endrigo, Bardotti si è esibito anche come cantante (esordì nel 1961 come cantautore con lo pseudonimo di Sergio Dotti). L'album si intitolava Canzoni per te – dedicato a Sergio Endrigo e ospitava artisti del calibro di Bruno Lauzi, Marisa Sannia, Arsen Dedić, (cantautore croato, che ha inciso il live con Gino Paoli, tratto dal loro concerto alla sala Vatroslav Lisinski di Zagabria nel 2005), Roberto Vecchioni, Gino Paoli ed Enzo Jannacci. Bardotti ha eseguito il brano intitolato La casa, inserito come bonus track nella ristampa in CD dello storico disco del 1969: La Vita, Amico, È L'Arte Dell'Incontro, firmato da Sergio Endrigo, Vinicius de Moraes, Giuseppe Ungaretti, Toquinho e Sergio Bardotti, con gli arrangiamenti di Luis Enriquez Bacalov.
Molti degli artisti che incisero le canzoni di Endrigo nel 2002, parteciparono successivamente al progetto Ciao Poeta, uno spettacolo in suo omaggio tenutosi l'11 gennaio 2006 all'Auditorium Parco della Musica di Roma. Sergio Bardotti fu il direttore artistico della manifestazione, con la collaborazione di Claudia Endrigo (la figlia), per la regia di Emanuele Scaringi.
Arsen Dedić, e Sergio Endrigo erano amici e si sono esibiti insieme nelle numerose manifestazioni musicali, che si tenevano in Jugoslavia sin dai primi anni sessanta. Nel 1990, grazie ad Arsen, Endrigo ha tenuto due concerti a Pola, nel Teatro popolare istriano e all'ACY marina.
Senza entrare nel merito del dramma vissuto dagli italiani d'Istria, ricordiamo che 1947 è il brano che il cantautore istriano ha dedicato alla sua città natale, una canzone contro la guerra, anche se non se ne fa esplicito riferimento. Si tratta di un brano struggente, dove tra nostalgia e rimpianto Endrigo parla dell'esodo da Pola, compiuto insieme alla sua famiglia: “Da quella volta non l'ho rivista più, cosa sarà della mia città, ho visto il mondo e mi domando se, sarei lo stesso se fossi ancora la... come vorrei essere un albero che sa, dove nasce e dove morirà”.
A questo proposito citiamo quanto ha dichiarato il regista istriano Luka Krizanac, durante l'intervista, che ci ha recentemente concesso: Per quanto riguarda le ragioni storiche dell'Istria cito una cosa che mi diceva mia nonna - sono nata austriaca, mi sono sposata italiana, sono andata in pensione come jugoslava, e morirò croata...”. E stiamo parlando soltanto del ventesimo secolo.
Endrigo ha inciso due brani in lingua croata: Kud Plove Ovaj Brod (dove va la nave) di Esad Arnautalic e Luca Juras (presentata al Festival di Spalato del 1970) e Više Te Volim (Ti amo di più), dello stesso Endrigo e del musicista croato Zdenko Runjic, noto per avere scritto la canzone Skalinada, portato al successo da Oliver Dragojević.

Anfiteatro romano di Pola (Copyright William Molducci)
 
In suo ricordo numerosi artisti croati hanno eseguito Kud Plovi Ovaj dal vivo, tra questi Rade Šerbedžija e Kemal Monteno, oltre allo stesso Arsen Dedić. Monteno e Šerbedžija, sono artisti molto seguiti in Croazia e nelle altre repubbliche della ex-Jugoslavia. Rade Šerbedžija è noto anche per l'importante carriera di attore in film quali Prima della pioggia – Leone d'Oro alla Mostra di Venezia 1994, Il Santo, Batman Begins e Henry Potter e i doni della morte 1.

Mari del sud

Mari del Sud si apre con il brano intitolato Mal d'amore (Endrigo-Bartolocci). Una delicata melodia, introdotta dal pianoforte, accompagna un testo poetico e ispirato, che racconta lo stato d'animo e i turbamenti dei primi innamoramenti. Il testo descrive le speranze, le ansie e le attese, che crea un nuovo amore: “Due gocce, una goccia appena, un fiume, un fiume in piena, la pioggia a primavera. Qualcosa nascerà, un'inquietudine improvvisa, ti butterà giù senza difesa, e sai cos'è? Mal d'amore, mal d'amore... Braccia aperte da riempire, il tuo corpo da calmare, libri bianchi da scoprire...”. Se il pianoforte aveva introdotto le prime strofe, l'oboe suonata da Paolo Cardini, supportata dalla ritmica e dal controcanto di Ornella Vanoni, donano al brano forza e allo stesso tempo grazia.
Mari Del Sud, dal ritmo allegro e sincopato, aperto dal flauto di Pan di Giampiero Lucchini e guidato dalla batteria, è una critica alle cosiddette vacanze organizzate, dove tutto è prestabilito, finto e spesso ingannevole: “Si va in carovana, verso il Nirvana, la felicità, mani strette al volante verso nuovi orizzonti promesse in contanti, e in tasca bugie e fotografie delle agenzie...” . Un'insidia che può trarre in inganno chiunque, anche chi ha lo spirito di un marinaio avventuriero: “… stupida estate, inganni anche me, che conosco i viaggi, i miraggi e le imprese di Corto Maltese...”.
Amici nel bene e nella fortuna, amicizia che forse non è più in grado di sostenere le difficoltà in un'età più matura. Queste considerazioni, un po' amare, sui limiti dell'amicizia è il tema di Amici, il brano scritto da Endrigo e da sua moglie: “... se tornasse la paura, quella antica, quella vera, giocheresti la tua pace, per nascondermi in cantina, rischieresti giù in prigione, una lima dentro il pane. Meglio non pensarci più, famiglia, figli, sì lo so...”. Forse è però soltanto un momento di stanchezza e di nostalgia, l'amarezza è temporanea: “... non è niente, sarà stanchezza, e tra poco è già mattina, ricomincia la settimana, forse è solo un po' di nostalgia, un momento di debolezza, per gli amici qualsiasi cosa, un bicchiere e poi si va...”.
Francesco Baracca, il testo, scritto a quattro mani (Bartolocci-Bardotti), descrive le gesta e gli ultimi istanti di vita del noto aviatore romagnolo, abbattuto da un colpo proveniente da terra (a questo proposito esistono diverse contrastanti versioni) e quindi eroe immacolato dei cieli: “... ma un colpo basso della fanteria, e già perdeva quota la sua vita, un fuoco d'artificio, una cometa, come un uccello ferito che cadendo, diventa solo piume e vento.... La visione poetica del testo descrive l'aviatore mentre si alzava nel cielo “come un allegro valzer romagnolo, e di lassù la terra si mostrava, come una donna felice gli si apriva”. Poesia ispirata e inusuale nel panorama della canzone italiana.

i "Mari del sud" sono anche in Istria. Photo Copyright by William Molducci
Ritmo swing per Tip Tap, un brano ironico, che evidenzia come Endrigo prediliga la musica italiana, rispetto ai ritmi di provenienza americana: “Si lo so, c'è più musica in America, perché la tutto marcia a suon di musica, se una donna americana ti lascia e va canti un blues e quando non basta non sbattono la testa, ma battono punta e tacco in un attacco di tip-tap”. I testi sono scritti a quattro mani da Bartolocci e Bardotti, una formula che sembra funzionare ed esaltare il loro lato ironico: “Isernia se tu fossi in California con quanto swing suoneresti le campane e quanti ballerini e quante luci colorate, quanti trombettisti neri nella banda comunale a sfilare lungo i tuoi boulevards... e se ti serve uno struscio, benedici anche il liscio e buonanotte Broadway . L'arrangiamento si differenzia dagli altri brani, per la forte presenza degli ottoni, con Enzo Feliciati ed Enzo Sufritti alle trombe, Sandro Conini al trombone, Tony Sherrett sax tenore e Rudy Trevisi con il sax contralto.
Endrigo canta insieme a una giovanissima Ivana Spagna nel brano intitolato Labirinto (testo di Bartolocci), domandandosi quali siano gli avvenimenti che determinano i percorsi della vita: “In quali stanze, in quali oscuri corridoi, si perde il segno, o forse il sogno, che tracciamo noi, i nostri gesti e le parole, le emozioni, i bei disegni sul futuro... con che magia, con quale perfida alchimia, la rosa rossa, la promessa, si trasforma in nostalgia...”. Spagna ha cantato anche nei cori della canzone Mari del sud, insieme ad Angela Bai e Antonella Pepe. Indovinato l'inserimento del sax contralto di Rudy Trevisani.
Pandora è firmato da Endrigo e da Hugo Pratt, si tratta di una ballata con un testo ispirato all'albo di Corto Maltese intitolato Una ballata del mare salato, dove Pandora è la nipote di un ricco inglese, mentre suo padre si è dato alla pirateria facendosi chiamare il Monaco. Sulla stessa nave dove è tenuta in ostaggio, Pandora incontrerà e si innamorerà di Corto Maltese, ma quando alla fine tornerà in Australia sposerà un altro uomo. Pandora donna che viaggia, donna che lavora... donna che ti sguscia, che scompare … sai com'è... Pandora lasci solo la speranza a chi ti adora, come me”. Il brano si avvale del violino di Tino Fornai.
La canzone I barbari pone l'attenzione sulla violenza, sempre più presente nella vita di tutti i giorni. Anche i testi di questo brano sono stati scritti a quattro mani da Maria Giulia e Bardotti. Si tratta di una ballata lenta e amara, gli arrangiamenti sottolineano questi passaggi, con alcune trovate di Zanotti, come il suono prolungato di una sirena d'allarme. Il finale non apre alla speranza, anzi, il contrario : “... e mentre stai morendo, ti offrono una sigaretta e con gli occhi spaventati ti tagliano la testa, con il presagio scuro, è loro adesso è loro, il mondo del futuro”.
L'ultimo brano del disco si intitola Si comincia a cantare, in questa canzone Endrigo parla di sé e dei motivi per cui continua a cantare e a scrivere musica: “ Si comincia a cantare, per parlare a qualcuno, solitudine a parte, non hai proprio nessuno, si comincia a cantare, con parole d’amore, per rapire e incantare e meglio ingannare le ragazze in fiore, e si canta e si vola, tra le cose più belle, tra una pallida luna e un po’ di polvere di stelle...”. Il testo è scritto da Maria Giulia e da Bardotti, tra le firme del brano c anche quella di Zanotti, oltre a Endrigo.
Grazie a Internet il disco Mari del sud può essere facilmente reperito sotto forma di file digitale su iTunes, CD e anche nel vecchio vinile, tramite eBay.

Il monumento che la città di Pola ha dedicato a Sergio Endrigo. Photo Copyright W. Molducci
Ancora Sergio

Si comincia a cantare è anche il titolo dell'album postumo di Sergio Endrigo, pubblicato nel 2010 da onSale music, che contiene ventiquattro tracce registrate nel 1959 e firmate da famosi autori (tra cui Migliacci, Bindi, Calabrese e Modugno). In alcuni brani Endrigo appare con i suoi pseudonimi: Sergio Doria, Notarnicola e Riccardo Rauchi e il suo complesso.
Nel 2012, con l’aiuto dell’Unione Italiana, del municipio di Pola e della Regione istriana è stato realizzato un CD tributo intitolato 1947 – Hommage a Sergio Endrigo, che contiene una trentina di brani scelti con cura tra i più conosciuti, eleganti e riflessivi, interpretati da artisti polesi (con l'eccezione degli istriani Arsen Dedić e Massimo Savić).
Il 30 maggio 2013, in occasione dell'anniversario dell''80° anno dalla nascita di Endrigo (15 giugno 1933), Radio Capodistria ha trasmesso il concerto registrato al Teatro di Capodistria in occasione del Forum Tomizza, dedicato alla sua musica.
Il 26 luglio 2013 il Folk Festival, che si svolge a Spilimbergo in provincia di Pordenone, ha dedicato una serata a Sergio Endrigo, invitando il cantautore Simone Cristicchi a cantare accompagnato dalla Mitteleuropa Orchestra del Friuli Venezia Giulia diretta dal m° Valter Sivilotti. L'evento è stato trasmesso su RAI 1 il 15 agosto, purtroppo in seconda serata alle 23.30, ma è tuttora visibile, in versione integrale, su Youtube.
La città di Pola ha dedicato a Endrigo una splendida scultura ispirata alla famosa canzone L'Arca di N. L’opera, dell’artista Ciro Maddaluno, è stata realizzata dallo scultore Eros Cakic, con il contributo degli architetti Davor Matticchio e Zvonimir Vojnič.
Durante il breve viaggio nei “mari di poesia”, abbiamo incontrato artisti, poeti, luoghi e suoni che la memoria aveva per un po' dimenticato, ma di cui dobbiamo riappropriarci. Chiudiamo con due bellissime frasi, la prima tratta da Canzone per te, che nel 1968 vinse il Festival di Sanremo: “... la solitudine che tu mi hai regalato, io la coltivo come un fiore”. Il secondo testo è tratto dal brano Poema degli occhi, con le parole di Vinicius de Moraes: “... amore mio che occhi i tuoi, quanto mistero negli occhi tuoi, quanti velieri e quante navi, quanti naufragi, negli occhi tuoi...”.

Si ringrazia Claudia Endrigo per il supporto dato durante la realizzazione dell'articolo.
Le fotografie dei panorami istriani sono Copyright © William Molducci.
Tutti i marchi riportati appartengono ai legittimi proprietari.

domenica 13 ottobre 2013

Tripoli e i muri della libertà


Arte di strada, per la strada, dalla strada, sulla strada: Tripoli e i muri della libertà
Testo e foto di Simonetta Sandri

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Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è. Marguerite Duras

Espressione di libertà e libertà di espressione: questo sono e sono stati i muri della rivoluzione libica. Tripoli è oggi ancora colorata dai graffiti più incredibili. Oggi che i risultati della libertà riconquistata stentano ancora a decollare, eccoci ad affrontare un breve e curioso viaggio con loro e attraverso di loro, prima che scoloriscano definitivamente e facciano dimenticare tante domande. Perché il disegno, come la scrittura, necessita di poco materiale, non costoso, facilmente accessibile a tutti: bastano la fantasia, tanta fantasia, idee e sogni, una grande voglia di volare, pennelli e qualche barattolo di colore.
 


I muri sono sempre stati simbolo di chiusura, di divieto, di proibito, sbarrato, bloccato, isolamento, inquietudine, paura, mancanza di libertà. Ti dicono controllo, perquisizione, sospetto, nascondiglio, mistero ed attenzione ma ti ricordano, inesorabilmente, che puoi anche fuggire, scavalcare, scappare, volare via lontano. Il muro che separa e divide riporta alla memoria Berlino, il maestoso vallo di Adriano, il duro muro israeliano - palestinese. E poi i tristi e grigi muri della memoria e della vergogna, quelli del pianto di Gerusalemme, di Santiago del Cile, della nebbiosa Belfast o degli invalicabili confini fra Messico e Stati Uniti. I muri sono sempre stati simbolo di ostacolo, di chiusura, di tristezza, di netta, rigida e grigia separazione, di ignoranza, di non rispetto, di incertezza, di pianto e di vergogna.
A Tripoli, invece, quasi miracolosamente, mura, muri e pareti hanno significato libertà di pensiero e di espressione, veicolando il messaggio di una rivoluzione di giovani ed anziani, di uomini attenti che, con colori e pennelli, imbrattavano la tristezza di oltre quarant'anni di dittatura, esprimevano disappunto e gioia condivisa di momenti difficili e sofferti. Una sorpresa degna del più grande e dolce uovo di Pasqua del mondo.


Questa spettacolare libertà di espressione, una street art particolare, si manifestava già nel 2011, attraverso la ricca, ed ormai leggera, fantasia ed i simboli disegnati di pensieri a lungo soffocati nella nera paura, nel terrore e nel silenzio più tetri. Ora si poteva parlare, non solo sussurrare, si riusciva a dare un colore alle idee, si poteva gridare, leggere, scrivere, colorare, pensare, ragionare, parlare, contestare, sognare, sperare, uscire allo scoperto di un cielo senza troppe nuvole, insomma riflettere e finalmente pensare.
A gennaio 2012, quando iniziai i miei primi viaggi di lavoro a Tripoli, il timore dell'incertezza e dell'instabilità del paese veniva magicamente addolcito dall'osservare, con immensa meraviglia, quei muri che sembravano ospitare, a braccia aperte, disegni ed ombre colorate che inneggiavano alla libertà ed alla fine del tiranno. Cercavo in ogni vicolo un'immagine diversa. Incredibilmente la trovavo, sempre. Giravo l'angolo, le ali di un un'aquila vittoriosa e i visi di giovani martiri apparivano alla mia vista. 


Alcune saracinesche crivellate da colpi di arma da fuoco erano incredibilmente dipinte con colombe e verdi rami di ulivo, notori simboli di pace. Ero stupita da quel controsenso di una colomba dipinta su temibili fori di proiettile, sparati da mano ignota. Forse qualcuno aveva voluto proprio mandare un messaggio, a me, a voi, a chiunque passasse di lì con animo curioso e desideroso di pace. 


Camminavo per le strade della città, grandi e piccole, strette e larghe, lunghe e corte, non osavo prendere foto per il timore di urtare qualche ignota e nascosta suscettibilità.
Non sapevo ancora esattamente dove ero capitata. Solo una mattina di una calda e ventosa giornata di Ramadan, alle 6h30, quando tutti dormivano ancora dopo il lauto pasto a valle della prima preghiera della giornata, avrei avuto il coraggio di aggirarmi per le vie silenziose e polverose di Tripoli, armata solo di macchina fotografica argentea e di tanta profonda, pura e rispettosa curiosità. Davanti a me si apriva un mondo che odorava di magia, un colore rosa pallido e tenue tempestato di brillantini stellati, una voglia armata di gridare quanto era bello essere liberi, quanto poteva essere incredibile e stupefacente esprimersi a colori e con i colori che odoravano solo ed esclusivamente di colori.  



Pennelli, tubetti e vasetti avevano preso il posto di fucili, granate e mitragliatori. Non più fumo ma solo tutte le tonalità dei colori liberi e leggeri. La vita prima era in bianco e nero, un film muto e senza sottotitoli. Ora i curiosi registi di pellicole variopinte e vocianti urlavano la loro immensa felicità al sole caldo ed accecante, dai raggi liberi e maestosi che assomigliavano a rami nodosamente aperti e multiformi di una verde, rigogliosa, ricca e fiorita pianta rampicante carica di gemme. I colori dominanti erano sicuramente, oltre a quelli della nuova bandiera libica - nero, rosso e verde - l'arancione, il giallo e l'azzurro. Le tonalità del sole, del mare, del cielo, della verità e della ragione. 


Molte mani abili ed intelligenti avevano lasciato una traccia, un'ombra, un tratto deciso che diceva “ci siamo”, una macchia, una nuvola, un soffio, un alito, un respiro di nuova speranza. Ti immaginavi un giovane seduto a dipingere ma poi parlando con il vicino di ufficio che aveva ricamato la sua saracinesca di barbiere o di elettricista, ti accorgevi che non solo i giovani avevano preso parte a quel colorare la città rinata. Tutti c'erano stati. Tutti avevano voluto il cielo liberamente dipinto. Tutti avevano voluto contribuire a cancellare le nubi. Magicamente, anche un arco vicino ad una bianca, candida e merlettata moschea, ospitava una scena dipinta di vita quotidiana. Libya Free, lo leggi quasi ovunque, incroci volti di giovani sorridenti, gente che dalle saracinesche dipinte sventola bandiere, condizionatori coperti ed annegati anch’essi nei colori, occhi speranzosi, immagini del vecchio dittatore spettinato, ormai lontano ricordo.




Nessuno vorrebbe più preoccuparsi di nulla e di nessuno. I mesi passano, le coscienze rinate partoriscono nuove idee fiorite. Eccoti allora a scoprire un nuovo lungo muro, interamente dipinto da giovani e forti mani, in un posto tremendamente simbolico, Bāb al-Azīzīyya, la “porta meravigliosa”, dove opachi militari di una vecchia e scomparsa dittatura affilavano le loro potenti ed ormai inutili armi. Di fronte ad una guerra sepolta inneggiano ora suoni, musica, immagini e colori. Un libro aperto dipinto e sfogliato simboleggia la potenza della cultura, la voglia di poter leggere anche tra le righe, di usare la forza di una pagina per aprire porte mai aperte, lucchetti mai slucchettati, segreti mai rivelati. 


Ti soffermi sui petali di un fiore, alcune ragazzine poco meno che ventenni, ma dal capo già coperto, sorridono al cielo limpido mentre intingono le loro giovani, spensierate e fresche idee nei colori della libertà. E poi ci sono i martiri, le bandiere, gli arcobaleni, i muri illuminati, le colombe. Serenità e felicità ritrovate aleggiano e serpeggiano su quei muri, religione che si unisce alla passione di sensazioni mai dipinte




L'oro del fresco tramonto, ormai sopraggiunto al termine della nostro viaggio durato una giornata, risplende su quei volti, svela tanti pensieri, tutti rigorosamente in fila, pronti ad obbedire ad un soffio di vento di gioia del tutto inaspettata. Nuove storie d'amore inconsapevoli stanno nascendo con nuovi entusiasti attori e sipari che si aprono sugli arcobaleni. Il muro, i muri qui trasudano libertà, traspirano essi stessi i sacrifici di chi ha permesso a tanti di arrivare a questo miracoloso oggi. Qui molti hanno ritrovato la luce e la felicità, questo paese a tanti ha dato tanto, me compresa. Mentre il Ghibli, sornione e tenero, sorride a Tripoli, così caldo ma così diverso dagli ultimi quarant'anni, i capelli, pieni della sabbia da esso trasportata da molto lontano, si scompigliano e guardano in alto, felici di essere sotto quel cielo libero e leggero insieme a tante anime vocianti e serene, di fronte a un muro profumatamente colorato che ora sembra solo voler separare il passato fosco da un luminoso e splendente futuro. Brezza di speranza. Insciallah.



Un foto-racconto sul tema è stato pubblicato su http://www.thepostinternazionale.it/autore/sandri nel Febbraio 2013. Alcuni amici riportano che il muro descritto di Bāb al-Azīzīyya è stato recentemente abbattuto. Siamo almeno riusciti a tenerne traccia, di passaggio….

Copyright © by Simonetta Sandri

giovedì 10 ottobre 2013

Il filo rosso n. 5


rubrica di cinema corto
a cura di Simonetta Sandri e William Molducci
Ammore
di Paolo Sassanelli

Ammore di Paolo Sassanelli è liberamente ispirato al racconto Non commettere atti impuri di Andrej Longo, sceneggiato dallo stesso Sassanelli insieme a Chiara Balestrazzi. Il film è entrato nella nomination delle opere candidate al premio David Donatello, nella categoria cortometraggi.
L'azione si svolge nell'arco di un'unica giornata, quella vissuta da una bambina di dodici anni, interpretata dalla brava Eleonora Costanzo, che cerca nella più assoluta segretezza di consumare in solitudine un dramma segreto e inconfessabile, per una bambina della sua età. Il tutto si svolge in un mondo dove gli adulti, colpevoli di averle violato l'infanzia, vengono “mostrati” soltanto come voci e rumori, mai come volti, ad eccezione della donna che le praticherà l'aborto clandestino. Rosy è da poco tempo uscita dall'infanzia, ma quando esce di casa, si veste e si trucca come una donna adulta, per incontrare le sue amiche che si vestono e si atteggiano anch'esse da adulte. Senza neppure confidarsi con l'amica del cuore, con la madre o con il padre (se ne capirà soltanto nel finale il motivo), la ragazzina si prepara e si allontana quasi scappando da casa, si ferma in una chiesa per confessarsi e non riuscendovi, a causa di un ragazzino della sua età, che inopportunamente le fa osservazioni per il modo in cui è vestita, si reca presso la casa dove chiuderà i conti definitivamente con la propria infanzia.
Quando tutto è finito Rosy ritornerà nell'abitazione dei suoi genitori e chiusa nella sua stanza continuerà a subire le insistenze del padre, che le chiederà ancora una volta di entrare, approfittando del fatto che la madre è uscita. Il film si conclude con questa scena, con un finale aperto e per nulla risolutivo e con la progressione di un commento sonoro lento, per nulla rassicurante. La colonna sonora è stata realizzata da Luca Giacomelli, a cui riserviamo un particolare apprezzamento, per la sensibilità artistica e musicale dimostrata in questa occasione.
Ammore è il secondo cortometraggio dell'attore pugliese Paolo Sassanelli, che in precedenza ha realizzato Uerra (2009), scritto insieme ad Antonella Gaeta, presentato a Venezia nel 2011 nella sezione “corti, cortissimi”, vincitore di numerosi premi a livello internazionale. Uerra è ambientato a Bari nel 1946, in una città che vuole uscire dall'incubo e dalle rovine della seconda guerra mondiale, raccontando l’amore tra un padre ed i suoi figli nel contesto di un’Italia povera e segnata. Una storia tra padri e figli diametralmente opposta a quella descritta nel suo film successivo. Anche Ammore è stato interamente girato nel capoluogo pugliese, nei quartieri di San Paolo, Carrassi e Madonnella. (WM)

Vai col liscio
di Pier Paolo Paganelli


Tanti attori per questa produzione definita “a costo zero”, girata nella periferia di Bologna ed in Romagna: da Andrea Mingardi a Valerio Mastandrea fino alla Iena Pif, a Elisabetta Cavallotti, Leo Mantovani, Marco Mezzetti e a Raoul Casadei, il “Maestro”, che appare fugacemente nella sua simpatia. Cortometraggio vincitore del Premio Corto Dorico nel 2012. Da sette giorni due band di liscio suonano ininterrottamente, 24 ore su 24, in una buia balera, per sopravvivere ad una minaccia terrificante, strana ed ignota. Le macchine sono ferme da tempo, le strade sono silenziose e completamente deserte ed abbandonate, il clima è spettrale, un po’ pauroso ed intimidatorio, tanto più che la critica ha parlato di zombie-movie, con virate al grottesco vero e proprio. In effetti, la canzone di Raoul Casadei che viene ripetuta in continuazione, la mazurka di periferia, sembra l’unica arma di cui dispongono i musicisti per fermare l’invasione di zombie che alle prime note si fanno rapire dal ballo ma che sono pronti a sbranare la band se dovesse anche solo provare ad interrompersi. I musicisti sono stanchi, stremati, hanno fame, vanno avanti a ritmo di anfetamine generosamente regalate da un personaggio dal viso, dalle fattezze e dal ghigno felliniano. Essi lottano contro i morti viventi, personaggi marci nell’anima, nel corpo e nel viso, che danzano nelle balere romagnole, insaziabili, pronti a sbranare chi ferma la musica. Non capiamo perché sono costretti a suonare senza interruzione, chi li obbliga, per quanto tempo riusciranno a resistere senza crollare, se riusciranno a scappare o se soccomberanno, distrutti. Le domande restano senza risposte. Capiamo solo che si continua a suonare. Andrea Mingardi, in chiusura, canta, E’ musica, brano che ha portato a Sanremo, rielaborato sotto forma di mazurka. Solo la musica salverà da questa paurosa invasione di zombie dai quali, peraltro, oggi, siamo spesso circondati. (SS)

Seguimi
di Matteo Tondini

Una ragazza corre disperatamente nei locali di un centro commerciale, inseguita dagli agenti del servizio di vigilanza. La tenuta è quella di chi vuole agire e mimetizzarsi nel buio, ma non viene fatta chiarezza se si tratta di una delinquente oppure di una terrorista o chissà cos'altro. L'inseguimento prosegue con una corsa a perdifiato, mentre la ragazza si libera dei vestiti, sino a rimanere in costume da bagno per poi... tuffarsi in una piscina. La protagonista della storia si chiama Chiara, non vengono dati precisi riferimenti su chi sia e quali siano le sue intenzioni, ma uscita dalla vasca della piscina, si ritrova nel bel mezzo di una festa, insieme ad un ragazzo, mentre un cameriere le comunica quello che sembra un messaggio cifrato: “tre cose ci sono rimaste del Paradiso”. Nel mondo di Chiara in cui nulla sembra essere come appare, improvvisamente viene recapitato questo messaggio, che forse può comprendere soltanto chi ha “gli occhi per vedere”.
Nel bel mezzo della festa, gli echi e i rumori di un combattimento, con tanto di colpi di cannone, catturano la curiosità della ragazza, che come d'incanto si ritrova al fronte in prima linea, armata di fucile e in divisa. L'ambientazione è quella della II Guerra Mondiale, in un susseguirsi di azione ed interrogativi, un po' “infantili”, da parte del ragazzo che ballava con lei alla festa. Gli interrogativi riguardano il fatto che una “femmina” possa partecipare o meno ad azioni di guerra. Le scene dei combattimenti sono realistiche e curate nei minimi dettagli, merito senza dubbio delle settanta comparse utilizzate e soprattutto dell'associazione Gotica Romagna, che ha curato l'allestimento dell'accampamento militare e dei soldati. Trasportata nel suo tempo dalla fine di un gioco o di una fantasia, Chiara viene mostrata per quello che è realmente: una bambina che si sta divertendo con il fratellino. La mamma li sta per accompagnare a scuola e Chiara le racconta dei loro giochi di quando era una ladra e lui le correva dietro, della nuotata in piscina, del ballo alla festa e di come stavano giocando alla guerra. Resta in sospeso l'enigma irrisolto delle tre cose che sono rimaste nel Paradiso, ma un vecchio venditore di caldarroste le rivelerà che queste sono : le stelle, i fiori e i bambini.
Seguimi è un cortometraggio italiano, che ha ricevuto numerosi premi e ha trovato una distribuzione negli Stati Uniti. Matteo Tondini ha scritto la sceneggiatura del film insieme a Roberto Rondinelli. Nonostante il budget limitato (7000 Euro), la produzione ha coinvolto più di venti giovani talenti e professionisti del territorio faentino, infatti, il cortometraggio è interamente girato a Faenza. La fotografia di Luca Nervegna ha permesso di valorizzare al meglio i luoghi e i numerosi ambienti, dove sono state effettuate le riprese nel corso delle quattro giornate di lavorazione. (WM)

Baghdad Messi
di Sahim Omar Kalifa

Baghdah Messi, il nuovo film rivelazione del curdo-iracheno Sahim Omar Kalifa, belga d’adozione, che ha partecipato all’International Film Festival di Leuven ed al Dubai International Film Festival, nel dicembre 2012. Pluripremiato, il corto ha ricevuto il Grand Prize for Best Short Film all’11° edizione del Brescello International Film Festival, nel Giugno 2013 oltre al Premio della Giuria come 2° migliore film al Festival du Court Métrage Maghribo Asiatique a Tissa, in Marocco, nel maggio 2013. La storia è ambientata in Iraq, nel 2009, e ruota intorno al piccolo Hamoudi, appassionato di calcio nonostante abbia subito un’amputazione alla gamba. La perdita dell’arto, facilmente addebitabile ad una mina o ad una mina giocattolo, come purtroppo spesso accade in queste aree del mondo, non gli impedisce di amare questo sport e di ricoprire il ruolo di portiere entusiasta, in una squadra organizzata con gli amici del polveroso e caldo villaggio. In questi giorni di giochi, che a volte sanno essere pure spensierati, si attende con trepidazione la finale di Champions League fra Barcellona e Manchester United, dove si affronteranno Messi e Ronaldo. Poco prima del giorno tanto atteso della finale, tuttavia, il televisore di Hahmoudi si rompe. Un televisore che, oltre ad essere lo sguardo sul mondo e lo spiraglio d’aria fresca costituito dal calcio, è, allo stesso tempo, uno dei pochi mezzi che il ragazzino ha per farsi accettare dagli amici, che non esitano a mandarlo via dalla squadra, quando, a causa della sua menomazione, perdono una partita. L’unica soluzione è quella di andare a Baghdad a farlo riparare, ma il padre tentenna, la città è ancora troppo pericolosa. Apparecchio in spalla, alla fine padre e figlio si avventurano verso la capitale, a piedi, con affetto e paura il padre si gira a guardare ed ammirare il suo villaggio prima di partire, sa, forse sente, che non tornerà. Con lo sguardo accarezza i tetti, le case, le pietre, le rocce, le caprette, il viso della moglie. L’amore immenso e i sacrifici di un padre sono anche questo. Hahmoudi tornerà solo, indossando la sua maglietta n.10 di Messi, con il suo televisore aggiustato. Dopo il match finale, dove Lionel Messi segnerà, con la leggerezza dei suoi 10 anni improvvisamente divenuti pesanti 50, dovrà recarsi con sua madre a recuperare il corpo di papà, in mezzo ad una guerra che colpisce pesantemente, senza scampo, indistintamente, bambini ed adulti. Film toccante e bellissimo. (SS)

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