giovedì 10 ottobre 2013

Il filo rosso n. 4


rubrica di cinema corto
a cura di Simonetta Sandri e William Molducci
Smile
di Matteo Pianezzi

Smile ci mostra un mimo, vestito da pagliaccio, che ha sempre il sorriso sulle labbra, soprattutto durante il suo spettacolo in strada. Il mimo è sordomuto, ma con la sua forza e la sua simpatia dimostra come ogni persona possa esprimersi facendo leva sulle sue qualità, al di là di ogni impedimento.
Il film mostra con delicatezza il mondo della sordità e in particolare della discriminazione di cui sono vittime molte delle persone che hanno questo problema. Smile non ha toni vittimistici, anzi, offre allo spettatore molti spunti di riflessione e gli consente di rendersi conto del pregiudizio allo scopo di superarlo, anche con un semplice gesto di amore quale può considerarsi un colloquio tra un padre e suo figlio. Una chiave di lettura poetica che incontra l'amore, vissuto nel suo difficile quotidiano.
Il mimo vive in una grande città, dove ha amici e amiche, in particolare la commessa della pasticceria, che forse prova un sentimento per lui, a cui dona un fiore di plastica; ha anche un figlio, che vive qualche disagio a causa del suo stesso problema fisico.
Il suo spettacolo attira la gente, pur senza utilizzare le parole, che, come spiegherà lui al figlio, con il linguaggio dei gesti: “le persone dicono un sacco di stupidaggini, meno male che io e te non dobbiamo sentirle”. Una volta giunto a casa trova ad attenderlo il figlio, seduto sul divano, con ancora sulle spalle lo zaino della scuola. Il bambino è triste, non vuole più andare a scuola perché i compagni lo prendono in giro a causa della sua “diversità”, si è convinto quindi di non essere come gli altri.
Il padre, con estrema dolcezza e soprattutto con verità, gli spiega che lui è un bambino uguale a tutti gli altri, che è bellissimo, forte e coraggioso. Le sue parole entrano nel cuore del figlio, di nuovo pronto ad affrontare le difficoltà della vita.
Smile più che un cortometraggio sembra un vero e proprio atto di amore, che in fondo è la chiave di questa storia, come ha affermato anche lo stesso Pianezzi: "L’amore avvolge lo spettatore come una coperta, coccolandolo, facendolo sentire a suo agio, libero di emozionarsi”. Il soggetto e la sceneggiatura sono stati scritti dallo stesso Pianezzi, mentre le belle illustrazioni che impreziosiscono il film sono di Francesco Venturi. Un plauso va riservato al protagonista Martino Apollonio (ha recitato nell'episodio Cuori randagi del film Eden del regista Johnny Triviani), a tratti davvero commovente e all'ottima fotografia di Dario Di Mella. Il cortometraggio ha vinto la prima edizione del Festival Cinethica e il premio come miglior corto al Mompeo in Corto 2012 oltre al premio come miglior attore assegnato a Martino Apollonio, per la sua straordinaria e “silenziosa” interpretazione. (WM)

Sevilla
di Bram Schouw

Finanziato dal Netherlands Film Fund, Dutch Cultural Media Funds and CoBO-Fund e Best Short Film al Netherlands Film Festival nel 2012, Sevilla è un film sul viaggio, sui valori che da giovani si sentono maggiormente, considerati imprescindibili dalla propria stessa essenza: libertà, amore, amicizia, intimità, unione, avventura, tenerezza, leggerezza, solidarietà. Tre amici partono per un viaggio che dovrebbe essere spensierato ed indimenticabile, l’automobile carica di bagagli, tanta energia e Boris alla guida. Boris, il maggiore, sarà il personaggio chiave, i due ragazzi sono fratelli, la bella e dolce ragazza la fidanzatina - per usare un termine un po’ obsoleto - di Boris. L’amore è grande, la forza è quella dei primi innamoramenti, il viaggio è sicuramente più importate della meta. La telecamera spazia dall’interno disordinato dell’automobile, a campi aperti avvolti dal grano, baciati dal sole, abbracciati dall’arcobaleno. Fino ad un muro dove si dipingono sagome di corpi liberi, ombre che rimarranno nell’ombra, alle feste folcloristiche di una cittadina che assomiglia a Liegi, dove la giovane danza con un vecchio e simpatico signore che forse si ricorda del valzer che amorevolmente aveva intrecciato con quella che sarebbe stata la sua amata moglie per oltre trent’anni. Boris e gli altri, Boris la guida, Boris il capo banda di amici uniti, così come si sa essere uniti negli scout. Boris che avanza, insaziabile e temerario, che corre talmente da osare l’inosabile. Fino alla cieca tragedia. Un tuffo da un ponte, che doveva essere qualcosa d’indimenticabile, e il nulla, l’imbarcazione che travolge, il buio. Uno scherzo costato una vita. Qualcosa che diventerà davvero indimenticabile nella sua tetra luce crepuscolare. Perché il monito vuole anche essere quello che alcuni giochi non vanno nemmeno immaginati. L’anno successivo i due amici rimasti tenteranno di ripercorrere il gesto, per provare a voltare pagina, tuffandosi anch’essi dallo stesso ponte ma sopravvivendo al lancio ed alla paura, all’angoscia, al vuoto ed alla tristezza lasciati dalla scomparsa di Boris. Lavati dalle lacrime che dovevano scorrere da lungo tempo, riprenderanno il viaggio bruscamente e tristemente interrotto, dirigendosi a Siviglia, perché la vita, pur nell’angoscia della perdita di una persona amata, continua. (SS)

You will find it
di Jessie de Leeuw

Inizia come un musical, questo film belga, con la protagonista che canta e balla per strada, con tanto di ballerine e cori, ma si tratta di un sogno, da cui svegliarsi subito: è tardi, bisogna andare al lavoro. I titoli di testa sono sparsi per la cucina, sotto forma di biscotti, addobbi sui muri e calamite per il frigorifero, originalità e non banalità albergano in questo cortometraggio. Con i titoli di testa lo spettatore apprende contemporaneamente i crediti del film, le aspirazioni e le passioni della protagonista.
La vita della quasi trentenne Cilia trascorre tranquillamente dietro alla cassa del supermercato di Edwin. La donna vive in un suo mondo di fantasia, che fugge dalla realtà opaca in cui vive, immaginando una vita fatta di musica e colori. Un giorno nella sua vita entra Jef, un bel ragazzo, un po' imbranato, che si presenta davanti alla sua cassa indeciso su quale tipo di latte acquistare. Lui le piace, riuscirà a realizzare il suo sogno questa volta?
La vita sociale della ragazza è ai minimi termini, infatti, la vediamo mangiare da sola durante la pausa pranzo, mentre tutte le sue colleghe del supermercato ridono e scherzano insieme. Il destino fa in modo che Jef, interpretato dal bravo Roy Aernouts, entri sempre di più nella sua vita, andando ad abitare nel suo stesso palazzo. E qui la fantasia di Cilia ricomincia a viaggiare o per meglio dire a ballare senza freno, e questo che lei si trovi al lavoro o a casa sua. Invitata dal ragazzo ad una festa, si presenta con una torta fatta con le sue mani, naturalmente in una situazione assolutamente fuori luogo dato l'ambiente in cui si svolge l'evento. Cilia è sempre più impacciata, ad un certo punto la torta le viene addirittura rovesciata addosso, ma riesce ad uscire da questo stato di disagio grazie alle attenzioni del ragazzo. Tra i due sembra evidente che stia nascendo una simpatia e ora anche i suoi sogni, le canzoni e i balletti sono molto più romantici. Si tratta pero' di una fantasia nella fantasia, non esiste nessuna torta, nessun appartarsi con Jef, nella realtà il ragazzo durante la festa balla con un'altra donna “appiccicato alle sue labbra” e con in mano una bottiglia.
Cilia è delusa da Jef, inoltre, subito dopo è costretta a lasciare il lavoro, ma non si perderà di animo, trasformando la sua passione per i dolci in una redditizia professione. Le fantasie lasceranno il posto alla realtà, dove non mancherà il ritorno di Jef, questa volta in veste di romantico cantante. Cilia ha realizzato il suo sogno, è padrona della sua vita, ha un lavoro che la soddisfa e ha un amore. Oppure anche questo finale è un sogno?
La protagonista del film è la bravissima attrice Eva Van der Gucht, premiata al Brussels Short Film Festival del 2012, come migliore interprete femminile di You will find it. (WM)

Calcutta Taxi
di Vikram Dasgupta

Basato su un fatto realmente accaduto al regista quando era studente in India, il film è vincitore del Florence Indian Festival del 2013. Un allievo del College of Art di Calcutta, il giovane Aditya Chaterji, si ritrova a rincorrere il proprio zaino rubato dall’autista di uno dei 34.000 taxi della capitale. Un secondo autista di taxi viene in aiuto di Aditya, nel rincorrere il ladro e nel tentativo di recuperare la borsa, che comprende piena di banconote, non fosse altro che per difendere la reputazione dei tassisti indiani. Il terzo conducente di taxi è colui che è scappato con lo zaino, il personaggio che concluderà il film con una bellissima riflessione sulle diversità di ciascuno di noi. Nelle affollate, colorate, disordinate strade di Calcutta si intrecciano, dunque, tre storie, diverse ma in stretta relazione l’una con l’altra. Siamo nel mezzo di una protesta, di uno sciopero, di dimostrazioni accese e confuse che paralizzano la città. Personaggi baffuti in divisa, dallo sguardo duro ma anche un po’ sornione, perquisiscono e sciolgono malintesi. Le tre vite che scorrono sullo schermo si intrecciano, la storia di una coincide e ha conseguenze su quella dell’altra, una influenza l’altra. La storia di uno zaino-pacco vista da tre diverse prospettive. Ognuno ha perso e trovato qualcosa in questa occasione, in questo episodio che potremo definire del furto-fuga-bomba. Lo studente ha perso lo zaino ma lo ha, infine, ritrovato, il tassista che lo aiuta ha perso la ricompensa sperata ma ha ritrovato la reputazione della sua categoria e la libertà che rischiava di perdere perché arrestato erroneamente durante la manifestazione, il ladro ha perso lo zaino e l’udito all’orecchio sinistro, per una bomba esplosa accanto ad esso, e ritrovato la fiducia e l’amore della moglie. Esso, ladro iniziale, costituisce, a nostro avviso, il personaggio più bello e tenero. Il suo matrimonio combinato diventa una scena delicata quando ammettendo alla moglie la sua sordità, la stessa ammette la sua balbuzie. Entrambi credevano che questi difetti potessero costituire un problema al loro legame. Invece, in un dialogo finale dolce, complice e commovente fra i due coniugi, si conclude che le nostre differenze siamo noi stessi e che se scappiamo da esse scappiamo da noi stessi. (SS)

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mercoledì 9 ottobre 2013

Il filo rosso n. 3


rubrica di cinema corto
a cura di Simonetta Sandri e William Molducci
Ci vuole un fisico
di Alessandro Tamburini

Gli incontri al buio possono sempre avere dei risvolti inaspettati, come nel caso dei due protagonisti di Ci vuole un fisico del regista faentino Alessandro Tamburini.
Nello stesso ristorante un ragazzo e una ragazza, dall'aspetto normale, ma entrambi convinti di essere poco avvenenti se non addirittura brutti, aspettano i rispettivi partner, che tardano ad arrivare e non rispondono alle pressanti telefonate. Dopo numerosi tentativi di contattarli si convincono dell'inutilità dell'attesa e si consolano cenando in solitudine.
I due si incontrano all'uscita del locale, dopo essersi scambiati qualche occhiata durante la cena ed avere compreso la situazione l'uno dell'altra. Lei gli propone di accompagnarlo a casa e questo è il pretesto narrativo per iniziare un viaggio nella Roma notturna, alla ricerca di qualcosa che dia loro serenità. Durante la corsa in scooter inizieranno a conoscersi parlando di loro e inizialmente dei loro mancati partner, ma soprattutto quello che emergerà sarà la loro insicurezza ed inadeguatezza, al limite dell'ossessione. Tutti questi problemi nascono da una non accettazione esagerata del loro fisico e della voglia di trattarsi bene, soprattutto nei confronti del cibo.
Una frase di lei è particolarmente efficace nel descrivere questo stato d'animo: “... secondo me essere brutti è come fare una gara, metti che stai correndo una maratona, tu corri in mezzo alla gente e ogni tre chilometri arriva una mano gigante che ti riporta indietro di un chilometro... e pure se sei in vantaggio sugli altri devi correre sempre più forte così, sempre per colpa di quella mano gigante, però pensa che soddisfazione se vinci la gara...”. Il film si regge sulla buona interpretazione dei due attori (il ragazzo è interpretato dallo stesso Tamburini), un particolare plauso lo riserviamo ad Anna Ferraioli Ravel (diplomata al centro sperimentale di cinematografia), la cui verve recitativa dona spessore e simpatia al personaggio della ragazza complessata. La notte passata insieme li rende consapevoli delle loro potenzialità come esseri umani e sembra iniziare una storia d'amore, sicuramente le paranoie stanno per abbandonarli. Alessandro Tamburini è nato a Faenza nel 1984, al suo attivo ha numerose produzioni tra cui Il viaggio, le cui riprese sono state effettuate in Romagna, nell'arco di due anni. Tamburini si è diplomato al Centro sperimentale di cinematografia a cui fu ammesso grazie al medio metraggio intitolato La trappola, vincitore di vari concorsi nella capitale. Segnaliamo anche il documentario Mai senza – La sessualità alla Terza Età, realizzato assieme a Ciro Zecca, con Paolo Villaggio, Lino Banfi, Sandra Milo , Tinto Brass, Carlo Monni, Milly D’Abbraccio e Riccardo Schicchi.
Ci vuole un fisico ha vinto numerosi premi, molti dei quali assegnati alla protagonista femminile. (WM)

Kiruna-Kigali
di Goran Kapetanović

Diretto da un regista classe 1974, nato a Sarajevo ma svedese d’adozione fin al 1992, Kiruna-Kigali è entrato nella lista dei cortometraggi selezionati agli Oscar nel 2012, nell’omonima categoria, ed è stato presentato al Sarajevo Film Festival dell’agosto 2013. Ambientato fra Svezia e Ruanda, il film percorre la dolorosa esperienza del parto di due donne sole, single come si direbbe oggi, per scelta o per forza e necessità. Esperienza dolorosa nel senso fisico, ovviamente. Parliamo di Eva, a Kiruna, la città più settentrionale della Svezia, a 100 km dal confine con la Norvegia e la Finlandia, e dell’adolescente Malika, in Ruanda, in un villaggio, non lontano dalla capitale Kigali, che pare abitato solo da donne e ragazzini, perché decimato dalla guerra civile e da padri in essa perduti. Qui mancano uomini e con essi braccia, forza, mezzi per raggiungere un ospedale. Il fratello di Malika, Vergile s'ingegna con i bambini rimasti che, messi da parte astio e odio di piccole bande rivali, caricano una barella artigianale sulle loro giovani spalle e corrono verso la struttura sanitaria più vicina. Qui la stessa Eva, giovane medico volontario che all’epoca si trovava in quel villaggio sperduto, accompagna lo sforzo sovrumano di Malika, sofferente perché il nascituro si trova nella posizione sbagliata per poter vedere la luce. Un amuleto è al collo della ragazzina, tutta la forza è concentrata su quel cerchio magico. La luce sarà, nella notte ruandese, una paffutella bambina la vedrà fra le braccia della madre commossa. Dall’altra parte del mondo, a migliaia di chilometri di distanza, Eva sarà sola, nella moderna ed attrezzata Svezia, dove nessuno risponde alle sue disperate richieste d’aiuto. I corridoi del suo palazzo signorile sono vuoti, un po’ lugubri, nessuno apre a nessuna porta. Persa in mezzo alla neve, nel tentativo di arrivare all’ospedale, le urla strazianti di un dolore solitario echeggiano dalla sua macchina. Allo specchietto retrovisore è appeso, tuttavia, l’amuleto circolare di Malika. Eva, il medico, è sola, più sola di quanto si possa essere in Ruanda. Società diverse, diverso sentimento, forse diverso senso della solidarietà e del senso di appartenenza ad una piccola comunità. Un urlo, due urla, molte urla nella neve, paura e dolore ma poi un vagito. Un tenerissimo vagito, una vita che scalpita e lotta per trionfare. (SS)

Curfew
di Shawn Christensen

Curfew (coprifuoco) del regista, sceneggiatore e musicista Shawn Christensen è il cortometraggio che, tra i tanti premi ricevuti, ha vinto quest'anno il prestigioso Oscar Hollywoodiano riservato ai cortometraggi.
Il film racconta la storia di un uomo depresso e del suo incontro con Sophia, la nipotina di nove anni, interpretata dalla piccola e bravissima Fatima Ptacek.
Ritchie, il protagonista del film interpretato dallo stesso Christensen, nel momento più drammatico della sua vita, dopo essersi tagliato le vene di un polso, viene interrotto dallo squillare del telefono. Si tratta di sua sorella che non vede da molto tempo e che, pur ritenendolo un irresponsabile, gli chiede se può occuparsi per qualche ora della nipotina Sophia. I rapporti tra i due non sono buoni, ma le circostanze costringono la donna ad affidare la figlia al fratello, per fare in modo di affrontare una situazione difficile. Ritchie decide quindi di rinviare il proprio suicidio e si medica con un po' di garza, in modo da tamponare l'uscita del sangue e coprire il taglio che si era procurato al polso. Quello che il ragazzo ancora non sa è che quella bambina si dimostrerà molto più matura ed intelligente di lui e dopo qualche momento iniziale di diffidenza reciproca, riuscirà a dargli nuovo interesse per la vita. Il regista ha tratto l'ispirazione, per realizzare questo film, da una conversazione avuta con una ragazzina di nove anni, occasione in cui si è reso conto che per molti versi lei era molto più intelligente di lui. I bambini a quell’età assorbono così tante informazioni e lo fanno con una tale energia, che possono esser fonte di grande ispirazione. Gli adulti, invece, di qualsiasi parte del mondo siano, con il passare degli anni si fanno più disincantati ed indifferenti: Queste affermazioni riprendono in qualche modo concetti espressi anche da Pier Paolo Pasolini.
Al regista piaceva l’idea di esplorare quelle due persone così diverse: una bambina piena di vita ed un adulto che invece ne era completamente svuotato, ma che dentro di lui, da qualche parte, aveva ancora sopito un bambino interiore. Da segnalare le doti recitative della giovanissima Ptacek, che si manifesta in tutto il suo potenziale, con un'interpretazione espressiva ed emozionale. (WM)

Electric Indigo
di Jean-Julien Collette

Uno dei sette colori dell’arcobaleno, l’indaco, tinta fra blu e violetto, o, più precisamente, una delle sue sfumature, un blu-viola elettrico. Nella simbologia dei colori, esso significa fiducia, verità, stabilità. O meglio viaggio verso questi valori, la loro ricerca. Nessun nome poteva quindi essere più adatto alla giovane protagonista, Indigo, che, attraverso un percorso difficile ed inusuale cercherà di arrivare a questa stabilità tanto agognata e ricercata. Cresciuta da una coppia eterosessuale, unitasi in un matrimonio formale “non carnale”, costituita dallo spagnolo Ruben e dall’americano Tony, Indigo non ha mai conosciuto la madre, Jennifer, che per una busta gonfia di euro si era prestata a farla nascere per cederla alla coppia di amici desiderosi di crescere un bambino senza matrimoni con donne, considerate un’inutile complicazione. Il giorno del dodicesimo compleanno della protagonista, la madre naturale appare sulla scena, svelando la sua storia. Siamo di fronte ad un incredibile matrimonio d’amicizia, con scene che scorrono unitamente a dialoghi misti francese-inglese, un’unione inizialmente contraddistinta da un intenso legame fraterno ma poi sfociato nella tragedia. Rifiutatisi, infatti, di rendere la figlia adottiva, Ruben e John vengono uccisi a sangue freddo dal padre di Jennifer, avvolti da un candido accappatoio macchiato dal rosso acceso della morte. La ventenne “liberata” dagli adulti dai quali si era trovata sempre a dipendere come tralicci dell’alta tensione, si reca regolarmente sul ponte dal quale Jennifer era scomparsa durante la fuga in macchina che aveva trascinato via Indigo (si deduce che la stessa Indigo spinga la madre nel vuoto…). In quel luogo doloroso si presenta ad innaffiare le piante deposte in memoria della sua “famiglia” non tradizionale, con la persona forte che finalmente le ha dato serenità e stabilità, una ragazza. Una ricerca di un’identità ignota che si rivela solo ora. Un film alla frontiera della commedia e del dramma, che tratta di spinosi temi sociali, della libertà che volte spinge all’estremo. Selezionato al Festival Internazionale dei Film in lingua Francese di Namur, a quello di Trouville ed al Bruxelles Short Film Festival del 2013, il film è da vedere con attenzione e riflessione. (SS)

Copyright © by William Molducci and Simonetta Sandri

martedì 8 ottobre 2013

Il filo rosso n. 2


rubrica di cinema corto
a cura di Simonetta Sandri e William Molducci
Fratelli minori
di Carmen Giardina

L'inizio ricorda i film western di altri tempi, con l'accensione dell'immancabile sigaro, da parte di un personaggio misterioso, che non risparmia uno sguardo intenso rivolto verso il suo avversario, seguito da una frase di sfida. E' compito delle immagini che appaiono nei titoli di testa riportare alla memoria i volti e gli avvenimenti degli anni settanta in Italia e più precisamente al tempo del terrorismo. In occasione del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, all'esercito italiano fu affidato il compito del controllo del territorio, coinvolgendo anche i militari di leva. In questo contesto il film è ambientato al giorno 9 maggio 1978, in una località anonima della campagna romana, in prossimità dell'aeroporto.
I protagonisti sono tre giovani militari di leva: Enzo, siciliano, che spesso parla di Peppino Impastato e della sua lotta contro la mafia, Vittorio, un tipo un po' sbruffone e Antonio, superficiale come molti alla sua età, intento a chiedere gettoni telefonici a Enzo, per telefonare alle sue amiche. Questa circostanza o se vogliamo questa citazione non è casuale, infatti, nelle tasche del vestito dell'Onorevole Moro, furono ritrovati stranamente dei gettoni, che le BR erano solite fornire ai rapiti in procinto di “essere liberati”.
I tre soldati sono isolati in quanto la radio in dotazione non funziona, restando in questo modo tagliati fuori dal centro di comando, preda dell'ozio e di quanto viene loro in mente per fare passare il tempo.
La tensione del racconto non viene mai meno, neppure in assenza di azione. La prima parte del film consente allo spettatore di apprendere o ricordare le ansie di quel periodo e di conoscere i caratteri dei tre protagonisti.
Il ritmo del racconto cambia radicalmente, nel momento in cui entrano in scena nuovi personaggi, due poco rassicuranti "servitori dello stato" in borghese, che informano la pattuglia dei soldati della morte, avvenuta quello stesso giorno, del Presidente della Democrazia Cristiana e di Peppino Impastato, giornalista e attivista di sinistra, noto per le sue denunce contro le attività mafiose. Quest'ultima notizia sconvolge Enzo, il quale si rivolge in modo ostile ai due poliziotti, chiedendogli i documenti per procedere alla loro identificazione. I due ignorano la richiesta e il finale celebrerà in modo drammatico una situazione ricca di tensione e di presunte verità nascoste.
Il merito del film è quello di affrontare in soli 19 minuti due difficili temi come quelli degli anni di piombo e della morte di Peppino Impastato. Il tutto visto attraverso gli occhi di tre ragazzi di leva, impegnati nei posti di blocco per il rapimento di Aldo Moro e di creare un parallelismo narrativo tra questi due drammi, avvenuti lo stesso giorno: il 9 maggio 1978.
Tutti gli attori sono all'altezza della situazione, in particolare Paolo Sassanelli (in concorso a Sedicicorto anche come regista di Ammore) e Alessio Vassallo (Enzo). (WM)

Genesi
di Donatella Altieri

Vincitore del Premio Michelangelo Antonioni al Bif&st di Bari 2013, Genesi è magistralmente interpretato dal noto Roberto Herlitzka, vincitore, nel 2004, del David di Donatello come miglior attore non protagonista per l’interpretazione di Aldo Moro nel film di Bellocchio Buongiorno, notte, e dal giovanissimo, spigliato e sorprendente Claudio Salvato. Ambientato nella generosa Puglia, a Gravina, ne cogliamo immediatamente i tratti distintivi, nei colori della terra e dei suoi ulivi, nel calore della sua gente. Da un’intervista alla regista apprendiamo che l’idea del corto nasce da una fiaba della tradizione orale, Regina Lenticchia, che racconta il dolore immenso di una madre per la perdita di una figlia. Un dolore disperato e sfrenato che non è vissuto nel silenzio ma che viene urlato, straziato, graffiato. La natura intera partecipa a questa tragedia, i 18 minuti della pellicola ci proiettano nell’affanno di un padre, Giovanni, ormai perso da tempo, soprannominato in paese il fantasma, non solo perché sempre vestito di bianco, ma forse anche perché come tale vaga alla ricerca di una risposta e nel ricordo della figlioletta che il destino gli ha sottratto. Un bambino, il nipote del suo amico d’infanzia, lo accompagna in questo ricordo, le parole scorrono a fiumi sullo sfondo del racconto di come Dio dipingeva nei sette giorni della creazione del mondo. Annetta e la Genesi. Annetta e la bellezza del mondo, della Natura, dei suoi colori. Giovanni ed il suo tentativo di far morire la morte. Nei flashback dell’infanzia, Giovanni rivede gli alberi, simbolo di forza ma anche di esorcismo della morte, quegli alberi di una tradizione contadina dove, secondo l’antropologo Arnold van Gennep, “...si avvertiva il lauro del giardino della morte del suo padrone, sussurrandogli l’annuncio e scuotendolo leggermente per impedirgli di seccare dal dolore. Tutto ruota intorno a questi alberi che vengono scossi, ad una natura viva, tenera, complice, amica, ad un abbraccio necessario uomo-natura, oggi perso. E qui ricordiamo gli insegnamenti del Don Juan del peruviano Carlos Castaneda, per il quale abbracciare un albero e raccontargli i nostri problemi - sempre ad alta voce - ci può fare scoprire un vero amico, che ci capisce e ci risponde, oltre a metterci in uno stato di pace. (SS)

La boda (il matrimonio)
di Marina Seresesky

La boda è il secondo cortometraggio di Marina Seresesky, che si caratterizza per la simpatia e la solidarietà dei suoi protagonisti, tutti intenti ad aiutare Mirta, una donna immigrata di origine cubana, che vive a Madrid, dove lavora come donna delle pulizia nelle case e negli uffici.
Mirta è convinta di stare vivendo uno dei giorni più felici della sua vita, infatti, alle sei del pomeriggio si sposerà sua figlia ed è disposta a tutto pur di non perdersi la cerimonia.
Ma quella che doveva essere una giornata di felicità sembra trasformarsi sempre di più in un incubo. Il suo datore di lavoro non le concede il permesso per assentarsi, nonostante fosse già d'accordo e la donna è quindi costretta a licenziarsi, pur sapendo di non avere più i mezzi di sostentamento e neppure i soldi per pagarsi il vestito da indossare al matrimonio.
Le verranno in aiuto le sue amiche, in quella che può considerarsi come una gara di solidarietà femminile. Il vestito di Chanel procuratole da Yolanda, che lavora come donna di servizio, l'acconciatura gratuita da parte della parrucchiera, rappresentano il punto focale del film, che ci mostra una parte della Spagna di oggi, in cui la gente in difficoltà e senza protezione sociale, a causa della crisi economica, se la cava anche grazie all'aiuto degli amici. Il finale ricorda un po' i film di Almodóvar, con un sapore decisamente agrodolce ed ironico. La cerimonia alla quale Mirta tiene tanto e per la quale tutte le sue amiche si sono impegnate a farla partecipare in realtà consiste in una telefonata alla figlia, che vive a Cuba. La telefonata verrà effettuata con lo stesso entusiasmo della partecipazione alla festa e in questo Mirta sarà anche esigente e pretenderà di effettuarla nella cabina n. 4, quella con l'acustica migliore. Le amiche fotograferanno il momento, proprio come se si trovassero nel bel mezzo della cerimonia nuziale.
La boda è dedicato a tutte le donne che sono madri a distanza, compresa quella della regista del film.
Marina Seresesky, di nazionalità argentina, è attrice e regista cinematografica e teatrale. Il suo cortometraggio El Cortejo (2010), è stato selezionato in oltre duecento festival e ha ottenuto più di cinquanta premi.
Attualmente, oltre alle performance al Teatro Meridional e al Teatro National Español di Madrid, sta scrivendo la sceneggiatura del suo primo lungometraggio.
Anche La boda ha avuto numerosi premi e riconoscimenti, tra i tanti segnaliamo quello ottenuto all'11 edizione del Salento Finibus Terrae (migliore film Reelove), Premio del pubblico al Festival del Cinema di Formentera 2013 e Premio come migliore attrice al Festival di Alicante 2013. (WM)

This Road Is Beautiful
di Ali Nazari

La strada è vita, avrebbe detto Kerouac in alcune pagine del suo Sulla Strada. Vero, la strada è imprevedibile e vitale. La strada è bella. Sicuramente è fonte di sorprese e felicità inaspettate. Da qui vogliamo partire per presentarvi l’intenso e bellissimo This Road is Beautiful dell’iraniano Ali Nazari, corto che ha già partecipato nel luglio scorso all’International Film Festival One Country One di Apchat, in Francia. Eccoci allora sulla strada, seduti accanto ad una bella, curata (basta osservarne trucco ed unghie) ed elegante ragazza velata che si sta recando fuori città, alla guida della sua macchina bianca. Dall’automobile un po’ ammaccata, così come lo sono tutte le macchine che si vedono sulle strade nordafricane, la protagonista telefona all’amica che deve raggiungere, per chiedere la direzione. Si è persa, sfilando fra alberi verdi che costeggiano la via lungo la quale si dirige. La strada è bella, tuttavia, dice al telefono all’amica. A noi ricorda i viali alberati della periferia di Algeri o di Tripoli, dove il colore verde oliva si mescola prepotentemente al giallo acceso della sabbia. Cala la sera, l’auto ha un problema, la ragazza si ritrova per strada, da sola. Condividiamo attimi di panico e paura nel buio pesto di una notte di periferia, con un telefono cellulare fuori uso. Non siamo, tuttavia, invasi dal pessimismo, in fondo sarebbe scontato aspettarsi un’aggressione, un cliché banale indegno delle belle sensazioni che finora ci hanno attraversato lo spirito. Si avvicina un fuoristrada, ne scende un uomo dal corpo massicciamente minaccioso. La ragazza indica di attendere soccorsi, l’uomo non le crede, silenzioso apre il cofano, ripara la vettura e se ne va. Anche qui ogni pregiudizio è sfatato. Continuando nel suo viaggio, la nostra protagonista incrocia una donna incinta di otto mesi che lavora, in un chiosco di frutta, verdura e bevande, perché il marito è sceso in città a cercare il danaro per il parto cesareo. Commossa la protagonista chiede un tè, ma prima di sorseggiarlo se ne va, lasciando il danaro necessario alla puerpera che telefona al marito, esortandolo a tornare indietro. Flash sul viso dell’uomo, è colui che ha soccorso la bella salvatrice. Il salvatore che ha salvato la salvatrice. Perché la strada è piena di sorprese, perché la strada è bella. Incredibilmente bella. (SS)

Copyright © by William Molducci and Simonetta Sandri

lunedì 7 ottobre 2013

Il filo rosso n. 1



Rubrica di cinema corto
a cura di Simonetta Sandri e William Molducci

Anna bello sguardo
di Vito Palmieri


Anna bello sguardo è nato da un'idea elaborata dal regista Vito Palmieri (in concorso a Sedicicorto anche con Matilde, selezionato alla Berlinale 2013 e premiato al Toronto International Film Festival), insieme alla classe II C della Scuola Secondaria Testoni Fioravanti di Bologna. Il film ha come protagonista Alessio un ragazzino con la passione del basket, che non riesce a giocare con i suoi coetanei a causa della sua bassa statura. Un giorno, mentre si trova nel ristorante della nonna, presta attenzione alla fotografia di Lucio Dalla, morto da appena un mese, ritratto insieme ad Augusto Binelli il pivot della Virtus Bologna. Si tratta di una fotografia a suo tempo molto conosciuta, ma al giorno d'oggi passata oramai nel dimenticatoio nel mondo degli adolescenti. Nonostante la notevole differenza di statura dei due uomini, Alessio li crede entrambi giocatori di basket, sarà la nonna a rivelargli che Lucio non è un giocatore, ma un musicista. Alessio inizierà a capire che la statura non è così importante per realizzarsi nella vita, inoltre, riuscirà a conquistare la simpatia di Anna, la compagna di scuola preferita. E proprio insieme ad Anna correrà per le strade di Bologna sino a giungere sotto le finestre del palazzo dove abitava Lucio Dalla, giusto in tempo per ascoltare il brano Anna e Marco, lo stesso che alla ragazza ricordava i viaggi in auto con i suoi genitori, le cui note sono il motivo conduttore del film e molto probabilmente della loro adolescenza.
Anna bello sguardo è stato girato tra i luoghi frequentati dal cantante bolognese, tra cui la Trattoria Annamaria (dove la proprietaria interpreta la nonna del ragazzo), Piazza Maggiore e naturalmente anche Via Massimo D'Azeglio, dove risiedeva e dove recentemente è stata dipinta la sua sagoma, mentre suona il sax con attorno i gabbiani delle isole Tremiti, sul balcone di casa, ad opera dell'artista trevigiano Mario Martinelli. Lucio Dalla naturalmente non recita nel film, ma è lui l'indubbio protagonista della storia, così come lo sono i suoi suoni e gli accordi che accompagnano le varie scene, i colori delle strade del centro di Bologna e gli sguardi della gente che ascolta la sua canzone in strada. (WM)


1937
di Svetozar Golovlev


In 18 minuti, Golovlev proietta lo spettatore negli anni cupi della Russia del Grande Terrore ovvero della repressione diretta da Stalin per “epurare” il partito comunista da presunti cospiratori. Il 1937 rappresenta, infatti, il periodo più acuto per arresti e processi. In questo clima, osserviamo due giovani con in braccio il loro bambino a bordo di un treno affollato dai colori smunti. Lei ha il capo coperto da un umile fazzoletto, lui, Stepa, indossa un basco verdino che lo fa sembrare più vecchio. Da abiti e vegetazione potremo essere in Settembre, freddo ma non troppo. Per la dolcezza del viso, la ragazza ricorda la Maria del Gesù di Nazareth di Zeffirelli. Gli occhi sembrano di altro colore, ma bellezza e tenerezza sono le stesse. La paura è altrettanto presente nello sguardo di entrambe, ma identica speranza accompagna i loro passi. Ascoltiamo questi giovani chiacchierare, in attesa di vederli scendere alla fermata che li porterà in una chiesa di un villaggio alla periferia di Mosca dove sono diretti per battezzare il figlioletto. Durante la camminata, di notte, dal finestrino di un treno che trasporta prigionieri in luogo lontano e segreto, una mano anonima lascia cadere un biglietto manoscritto. I giovani lo raccolgono, trepidanti ma curiosi e vi leggono un appello ad un familiare, una dichiarazione di innocenza, ma al tempo stesso d’amore, di volontà di rassicurare una moglie amata lontana. Tentennano, vorrebbero trasmettere quella missiva ma sono terrorizzati dal poter essere arrestati come oppositori del comunismo. Angosciati, pensano di essere inseguiti nel buio della notte e, nel timore, gettano il biglietto che poteva essere la salvezza di un prigioniero o l’ultimo saluto alla famiglia ignara del destino in agguato. Giunti alla chiesa ortodossa cui erano diretti, qui incontrano un’altra coppia arrivata per sposarsi, in segreto. Così come in segreto deve essere celebrato il battesimo, altrettanto dovrà avvenire per il matrimonio. Se i futuri sposi giungono senza testimoni di nozze, i nostri protagonisti arrivano senza padrino e madrina. Allora le coppie si aiutano. Nel battesimo, l’acqua purificatrice laverà via le paure, indicherà la soluzione che si cerca con difficoltà. Perché capiamo che i due giovani, che sembrano ritrovare, sulla strada del ritorno, il foglietto gettato nell’ombra, faranno in modo che quel messaggio venga recapitato. Perché la coscienza e l’amore trionfano su ogni repressione. (SS)


Il Passo della lumaca
di Daniele Suraci


Il passo della lumaca di Daniele Suraci, si apre con una serie di sguardi e di gesti ripresi in primo piano, con ottimi tagli di regia e movimenti di macchina. Si tratta degli sguardi e del sorriso di un bambino, che accompagna la mamma a fare acquisti e, per nulla interessato agli interessi della madre, trova il modo di giocare con una lumaca, che lentamente scivola sulla vetrina di un negozio. Oltre a questi due elementi, accompagnati da una costruzione musicale al servizio delle immagini, in simbiosi con le azioni del piccolo protagonista, appare il volto di una bambina, che abita di fronte al negozio in cui si svolge l'azione. La bimba ha uno sguardo triste e il ragazzino fa in modo di strapparle un sorriso, giocando con dei cappelli ed altri oggetti, prelevati ed indossati da un negozio, che li espone in strada.
La parte iniziale del film è ricca di spunti ed attese, quasi come si svolgesse in un momento di sospensione, rispetto allo svolgersi degli avvenimenti. Non ci sono parole, ma soltanto gesti, sguardi, rumori, risate e le azioni dei due piccoli protagonisti. Questo momento “sospeso” svanisce con lo svanire dei giochi del bambino, che torna a casa con la sua mamma. Il finale non ha la stessa intensità della prima parte del film e forse i dialoghi finali disturbano l'atmosfera che si era creata sino a quel punto, anche se risultano necessari in quanto sarà la madre della bambina a continuare il gioco, parlando con lei. Questa, avendo assistito a tutta la scena descriverà le azioni che aveva fatto il bambino, suscitando finalmente i sorrisi della figlia. Si tratta di una buona prova di regia da parte di Suraci, pur avendo avuto a che fare con un soggetto di una certa complessità, in quanto basato esclusivamente sui movimenti, gli sguardi e gli umori di due bambini.
Ottima la colonna sonora realizzata da Giordano Corapi, musicista romano di grande talento, autore delle musiche degli spettacoli di Gabriele Lavia (tra cui Macbeth, Danza di morte e Il malato immaginario) e di quelle di numerosi cortometraggi tra cui Sulla strada di casa, Marta con la A e La piccola illusione, diretti da Emiliano Carapi, Tana libero tutti di Vito Palmieri (tra i tanti premi ottenuti per la colonna sonora, citiamo quello assegnato dal Genova Film Festival 2007) e La bas di Guido Lombardi. (WM)

Insignificant Detail of the Accidental Episode
di Mikhail Mestetskiy
 

Siamo in Russia, con un interessante cortometraggio, che ha ricevuto una menzione speciale della Giuria al Lago film festival, come Best International Fiction Film, oltre che una al 31 Festival Tout Court di Aix-en-Provence. Due treni si fermano improvvisamente l’uno di fronte all’altro, su due linee parallele, davanti al mare e ad un cielo rosato popolato da gabbiani in volo. I tralicci dell’alta tensione e della luce aprono le braccia verso il cielo, svettano verso l’alto, inermi. Paiono rami secchi. Il guasto sulla linea, che forse dura poche ore, forse un giorno o forse piú, ferma le vite dei passeggeri, immobilizza azioni e pensieri ma allo stesso tempo incrocia svariate vicende umane. Un ragazzo osserva fuori dal finestrino ed incrocia lo sguardo di una ragazza mora che scoprendo la maglietta bianca gli mostra il seno, in un candido e stravagante invito. Il gesto colpisce per la sua stranezza ma allo stesso tempo per la sua tenerezza. Il finestrino rimane quasi appannato, il treno scorre per un momento avanti ed indietro, i vagoni sfilano, le carrozze si mescolano per poi tornare una di fronte all’altra. Le vite dei passeggeri passano sullo schermo, chi muore, chi nasce, 20 minuti di pellicola che potrebbero essere 20 anni, ogni minuto un anno. Vi sono matrimoni, separazioni, funerali, amici che giocano a carte, ognuno aspetta che il treno riparta, da un momento all’altro, ma il tempo passa inesorabile. Si aspetta, ma la vita intanto scorre. All’ultimo momento, il protagonista che ha incrociato la ragazza del vagone di fronte, che nel tempo ha cambiato occhiali, pettinatura ed abiti, oltre ad avere seppellito entrambi i genitori, decide di incontrare la dolce sconosciuta, dopo aver scambiato con lei solo due fugaci parole dal finestrino. Ecco, tuttavia, che proprio nel momento in cui si appresta a passare da un treno all’altro, il convoglio riparte, fra passeggeri festosi e felici. Invano i due cercano di incontrarsi, il tempo e’ andato, l’occasione perduta. Alcune lacrime scendono, gli occhi rossi del nostro giovane sono in primo piano. Delusione e tristezza per un momento mancato, per una vita che non ha incontrato un’altra, per un finale quasi da Sliding Doors.

Copyright © by William Molducci and Simonetta Sandri

domenica 29 settembre 2013

La faccia del mare (Odyssea)


La faccia del mare
di William Molducci

Massimo Ranieri, dopo avere realizzato l'album Meditazione insieme al musicista brasiliano Eumir Deodato, le cui registrazioni si protrassero per ben quattro mesi dal settembre 1975 al gennaio 1976, si cimentò in una nuova sperimentazione musicale, con il progetto La faccia del mare (Odyssea).
Si tratta di un concept album incentrato su l'Odissea di Omero, da cui trae il respiro epico per realizzare undici brani che rappresentano il viaggio della vita, in una una serie di avventure vissute tra mare e amore. Il viaggio è chiaramente autobiografico, parte idealmente dal golfo di Napoli per approdare a New York, dove tra delusioni e tradimenti, il nostro moderno Ulisse trova la forza e il coraggio di intraprendere una carriera di successo.
I testi furono scritti da Vito Pallavicini insieme a Michelle Vasseur (i due avevano già collaborato insieme, scrivendo le parole del brano Gran Premio, portato a Sanremo da gli Albatros di Toto Cutugno). Le musiche portano tutte la firma di Gianni Guarnieri ad eccezione de Il cuore del mare, scritta insieme a Vito Pallavicini e a Victor Bacchetta (conosciuto con lo pseudonimo di Victor Bach), che curò anche gli arrangiamenti dell'album.
Bacchetta per molti anni ha collaborato con Mina e Al Bano in qualità di pianista e arrangiatore, mentre Pallavicini è conosciuto per avere scritto brani quali Azzurro (portata al successo da Adriano Celentano), Io che non vivo senza te, Non ti bastavo più e Tripoli 69 per Patty Pravo, Messico e nuvole per Enzo Jannacci e La filanda, interpretata da Milva. Gianni Guarnieri ha scritto le musiche per numerose canzoni eseguite da Anna Identici, Ornella Vanoni, Joe Dassin e Rosanna Fratello.
Questo gruppo di autori si è dimostrato creativo e ben assortito, insieme hanno scritto un disco perfettamente adatto alle qualità canore ed interpretative di Massimo Ranieri. Il cantante napoletano a sua volta si è proposto nei panni di un giovane Ulisse con toni interpretativi convinti e suggestivi, accompagnati da efficaci arrangiamenti orchestrali, in cui si muove completamente a suo agio.


Odyssea
L'inizio del viaggio alla ricerca di se stesso e della sua libertà, coincide con il brano Il cuore del mare: “... è la mia libertà, che vado a cercare, ma tu, però, aspettami e non tradirmi mai... amore, amore mio, questo è il mattino dell'addio... partire è un po' come morire, ma morire e non capire è soffrire, e senza andare conta poi tornare?”.
Se partire è un po' come morire, la promessa del ritorno viene pronunciata nel brano intitolato Penelope, colmo di rimpianti d'amore e di amicizie perdute: “... tornerò, oh Penelope, vedrai che tornerò. I tuoi occhi danzano sul mare, in un tramonto arancio che davvero intenerisce, il cuore... e chissà... chissà se Don Giulio viene ancora a trovarti, per tenerti lontano dal diavolo... chissà... se come diceva sempre, ti ha tenuta d'acconto per me....
Nel disco c'è un brano che si eleva sopra tutti gli altri, si tratta di Stephanos, in cui Massimo Ranieri recita nel parlato iniziale con emozionante convinzione e anche con un po' di mestiere. Le esperienze teatrali e soprattutto cinematografiche con il regista Mauro Bolognini, con cui aveva recitato nei film Metello, Imputazione di omicidio per uno studente e Bubù, si vedono e soprattutto si “sentono”. La canzone parla del fedele cane Argo, che lo riconosce e lo accoglie al suo ritorno:Argo... ehi Argo... Non mi ha riconosciuto più nessuno, ma tu si... sei diventato il cane dei pescatori... o forse all'alba hai continuato ad aspettarmi... Argo, caro, vecchio fedele e meraviglioso Argo”. Mentre i pescatori tirano su le reti e cantano la canzone di Stephanos, Argo muore, proprio nel momento del ritorno del suo padrone: “Argo, non puoi lasciarmi così... e Stephanos sette mari attraversò, per cercare una donna, che non avesse cuore che per lui”.
Non mancano le citazioni autobiografiche e quindi il ricordo del mare del golfo di Napoli, che per Ranieri/Ulisse resta quello preferito e di cui, nel suo viaggio senza fine, ne sente continuamente la mancanza, come nei versi de La faccia del mare: “... il mare... io ho la faccia sua, lui mi è cresciuto dentro, ed è per questo che non potrò restare. Il mio, non assomiglia sai, a questo tuo mare, ha uno sguardo che, tu non puoi capire, il mio mare...”.
Armonie melodiche introducono il brano I lotofagi, che inizia con questi versi: “Atmosfera di acquario, suoni non sonorizzati, corpi già scorporizzati: si cerca, l'oblio...”. Nel IX libro dell'Odissea si racconta di come Ulisse giunse presso il popolo dei Lotofagi dopo nove giorni di tempesta, che colse lui e i suoi uomini presso Capo Malea, spingendoli oltre l'isola di Citera. Gli indigeni accolsero bene i compagni di Ulisse e offrirono loro il dolce frutto del loto, l'unico alimento di cui disponevano, che però causava la perdita della memoria, quindi l'oblio.
Il testo scritto da Vito Pallavicini e da Michelle Vasseur descrive metafore surreali che coinvolgono varie figure quali la donna, che mettendo il piede sopra ad un cielo artificiale, cade nel vuoto oppure il passero intento a volare verso cieli veri o come il pesco, nel momento in cui fiorisce e mette dita rosa dentro il blu...
I lotofagi moderni cercano nei loro inverni le “rose meccaniche”, in un evoluzione tecnologia, che si prevede sempre più frenetica.
Ulisse è vicino ad arrivare alla meta, ma in questa “odissea” le sirene incantatrici diventano dirottatori dalle facce brutte, come recitano i testi del brano intitolato Dirottamento, che musicalmente dona qualche concessione alla disco music imperante in quel periodo: “E pensare che un'ora sola e... ed ero già a casa mia. E pensare che lo stesso sole è sugli alberi della mia via... ecco sono qui, finalmente sono qui, sono qui...”.
Il mare è il protagonista anche del brano intitolato New York City, dove tagliato in due da abbagli di neon, Ulisse alias Nessuno sente il vuoto della grande mela; “Qui i montoni ci vengono tutti a sbattere uno ad uno, ma tu sei New York ed io non sono “Nessuno”... Ho nella mente l'idea del mare, tu non me la puoi levare; se chiedi di me, domanda di “Nessuno”. Qui la grande mela è Polifemo il ciclope, da cui Ulisse vuole scappare, sentendosi tradito da questa città: “... sparo nei fari, ti devo accecare, così io potrò scappare: al buio anche tu non sai che fare... New York City: quanti ne hai finiti... New York City quanti ne hai traditi”. Nel 1964, appena tredicenne, con lo pseudonimo di Gianni Rock, il cantante napoletano partì per gli Stati Uniti come spalla di Sergio Bruni, in una serie di concerti che lo videro debuttare sul palcoscenico all'Academy di Brooklyn. Come riportato nella sua biografia, il sogno di diventare ricco e famoso in America si frantumò presto e fu costretto a tornare in Italia.
Ottoni, grida e grancassa introducono il brano Sole sulla banda, con toni allegri e festaioli tipici della banda di paese nei giorni di festa, un vero e proprio preludio del ritorno a casa: “Il mio domani è qua, scintille tremule fa il sole, il sole... Penelope, Penelope, sono qui...”.
Odyssea è il brano che da il titolo al disco e che racchiude la sintesi del progetto: “Ne ho passate tante, sai. E' stata un'odissea, la mia, oh, quanti naufragi... son segnati sulla faccia mia... Li hai già visti, lo so...”. Come già detto il mare è la fonte di ispirazione di tutto il disco, un mare che rappresenta un microcosmo di passioni, donne, marinai, dirottatori, avventurieri sprezzanti del pericolo. Questo brano viene eseguito magistralmente da Ranieri, accompagnato da un crescendo musicale praticamente senza fine, che si conclude soltanto in un successivo brano strumentale, intitolato per l'appunto Finale.


Conclusione
La faccia del mare (Odyssea) è una delle migliori produzioni di Massimo Ranieri, alla cui base c'è un progetto artistico e un lavoro di gruppo di altissimo livello. Purtroppo l'album rimane sconosciuto alla maggiore parte delle persone, in quanto nel periodo in cui fu realizzato i cantanti di musica leggera tradizionali erano in forte declino di popolarità.
Resta la consolazione che oggi, dopo 35 anni, l'album si può facilmente rintracciare sotto forma di vinile originale (eBay), file digitale (iTunes) o CD, un'opportunità che non ebbe nel 1978.

Copyright © by William Molducci